Derma Ottico

Home | Works | Derma Ottico

Derma Ottico

La poetica del mio lavoro indaga la memoria come materia viva che si modifica senza annullarsi. L’immagine diventa un palinsesto: macerata, bagnata, incisa, eppure capace di custodire una traccia resistente. Quella traccia come una cicatrice non è il fallimento del ricordo, ma la sua prova di esistenza.
Lavoro sull’immagine come si lavora su una ferita: la contamino, la lascio reagire, la incido, la altero, la curo. In Derma Ottico intervengo sulla pelle della Polaroid per accogliere l’alterazione come forma di memoria.
Mi terrorizza l’idea della perdita definitiva dei ricordi: volti, gesti, luoghi, emozioni. Per questo pongo l’immagine nella zona critica in cui il tempo tenta di cancellare e la memoria insiste a trattenere. Lì, nel margine di resistenza, succede qualcosa: ciò che si disgrega lascia un segno; ciò che si sfalda diventa scrittura residua.
Non insegno all’immagine a durare contro il tempo, la educo a durare col tempo: un’archiviazione non contro la trasformazione, ma attraverso la trasformazione. La fotografia smette di essere un sigillo e diventa organismo. Nel gesto manuale su pellicola, la materia reagisce; ciò che sopravvive è una topologia della traccia: non il “come era”, ma il come resta.
Questa è la mia etica dell’immagine in Derma Ottico: prendermi cura del residuo. Accettare che la memoria non è un deposito, ma un processo. E che ogni alterazione, se guidata, può diventare forma di verità, la verità di ciò che continua ad apparire mentre scompare.
Se la memoria individuale teme l’estinzione, l’opera risponde con una politica del residuo: l’importante non è salvare l’identico, ma garantire la continuità del senso. La macerazione della Polaroid espone la materialità dell’icona e ne deriva un’estetica dell’impermanenza leggibile: si vede il deterioramento, ma si legge la permanenza del legame.
Il ferro arrugginito che le accoglie non è sfondo, diventa complice e reliquia: una materia che porta addosso l’usura, la memoria, il tempo.